La democrazia del ghe pensi mi non va bene, correggiamo queste riforme

Il Foglio, conversazione con Giuliano Ferrara

Bersani Ferrara.JPG    Roma. Con Pier Luigi Bersani, simpatico affabile e ferrigno, viene voglia di buttarla subito in politica. Politica politicante, dico.
Deve discutere e votare nel gruppo del Pd alla Camera sulla legge elettorale, sta per andare e parlare, è la sera del 15 aprile, ieri, e poi il 12 maggio o la va o la spacca: passa la legge o cade il governo.
Gli dico: Renzi sulle riforme, e questa dell’Italicum in primo luogo, ha costruito la scalata al cielo di Palazzo Chigi, sua e di una nuova generazione politica. Non c’è spazio per il ritorno del testo al Senato, dove i numeri ballano e la ripartenza funziona come una ferita alla credibilità efficace del governo e del progetto, già scosso dalla fine del Nazareno.
Una parte della minoranza del Pd può dare per scontata una crisi, la caduta di Renzi (con riserve e paure), ma per tipi come te, leader che non sono capicorrente e scissionisti, non mi pare che si possa regalare l’arresto del fenomeno Renzi alla destra di Brunetta, a Grillo, ai manettari, alle sinistre massimaliste ed estremiste.
Io non mi muovo in una logica distruttiva”, dice Bersani, “per me il Partito Democratico è il partito del secolo, è il simbolo di quello che manca all’Italia. Ma intanto voglio ridurre il danno, correggere quello che non va nel combinato disposto della riforma elettorale e delle altre riforme istituzionali. Con l’Italicum il Parlamento è subordinato in modo anomalo all’esecutivo, troppi nominati, non c’è trasparenza parlamentare che sorregga una democrazia vera e nemmeno un presidenzialismo ordinato e significativo, con i suoi contrappesi”.
Non vorrai dirmi che siamo in democratura, democrazia e dittatura? “No, democratura lo leggo come democrazia e investitura. [Ha il gusto delle trovate linguistiche, non c’è dubbio, ndr]. Rischiamo una cosa abborracciata, il sistema democratico del ghe pensi mi. Per evitare questo io chiedo poco, ma quel poco lo chiedo”.
Bersani rappresenta le modifiche per lui importanti: maggiore autonomia del Parlamento e del parlamentare, flessibilità per il ballottaggio attraverso gli apparentamenti che assimilano lo scontro finale al modello del doppio turno elettorale. Poi aggiunge: “Obiettano che sono cose difficili e lontane dalla sensibilità comune. Ma il nostro mestiere, il ruolo di ogni establishment che si rispetti, è questo: occuparsi delle cose difficili ma importanti e risolverle. A fare i megafoni della sensibilità comune ci si imbroda”.

Bersani non è certo un demagogo, Rodotà non è nelle sue corde retoriche, il suo attacco alla democratura come eccesso di investitura è consanguineo alla storia del Pd, non mira a far saltare tutto. Va bene, insisto, questi sono i ragionamenti sul merito. Ma la politica politicante, che a volte è quella vera, dice: spazio microscopico, tendente allo zero, per il ritorno del testo al Senato. “Non è vero. Il Pd c’è, al Senato. E Ncd con l’apparentamento vota. Si può fare senza rovesciare il tavolo. Il problema è che una legge migliore è deterrente verso duelli populisti possibili, dato il carattere involuto e spesso maligno della crisi italiana: uno scontro Renzi-Grillo non lo voglio vedere. Ci vogliono norme che ridiano spazio alla politica dei partiti, nel senso migliore del termine, e ci risparmino un circuito fatto solo di comunicazione, ritmi, disintermediazioni, individualismi dell’investitura personale. Renzi ha del tempo e occasioni davanti a sé, ed è un bene per il paese che abbia energia e idee, non remo contro, ma il progetto deve trovare una sua maturità. La legge elettorale è un pezzo importante del sistema che stiamo allestendo. Ci vuole attenzione”.
In una bella pagina del Foglio, Umberto Minopoli, uno dei vostri e un buon manager, ha scritto qualche giorno fa: su, forza, fate un patto con Renzi, e Bersani è l’uomo giusto per proporlo e ottenerlo: voi rinunciate alla battaglia sull’Italicum e ad altre impuntature, lui cambia il senso della rottamazione, che ormai è un ferrovecchio, e coopta le migliori élite del Pd in una politica riformatrice e liberale (cose a cui Bersani ministro e ulivista è stato tutt’altro che estraneo). E Bersani: “Ma andateglielo a dire voi! Io ci parlo, con amichevole moderazione, gli riconosco una buona capacità di allargare il campo politico del Pd e della sinistra, ma la strada è lunga, deve capirlo, non si spezzano certe radici. Vedi, io investo su giovani che possano appunto evadere dallo scontro vieto tra vecchia guardia e modernizzatori spaccatutto. Uno di loro è Roberto Speranza, che è bravo. Gli dico sempre: tu sei lucano, io sono emiliano, tu sei spaventato dal massimalismo e hai anche ragione, ma io come amministratore e uomo di governo e leader politico ho convissuto con il massimalismo, lo conosco, ho imparato a farci i conti, parlo dei Cremaschi, dei Rinaldini, dei Sabattini, dei Garibaldo e oggi dei Landini. Bè, un qualche accordo con i massimalisti ci va, per governare il paese e realizzare riforme. Quello è il metodo Prodi, nella nostra storia. Invece”, e qui Bersani fa un sorrisone dei suoi, “Minopoli vuole che io faccia il Beneduce del XXI secolo [Alberto Beneduce, fondatore dell’Iri negli anni Trenta, ndr]”.
Bersani non è troppo vanitoso, è ironico abbastanza per temperare la naturale vanità del politico. Se gli dico che Renzi la sua ansia di investitura non la mette in populismi o classismi d’accatto, come i suoi avversari, ma in politiche liberali, e che in più vuole essere quello della buona scuola, degli ottanta euro ai redditi fissi, delle politiche del lavoro antiprecariato, delle tecnologie come dimensione dell’esistenza moderna di una società europea, dei mercati aperti e competitivi, come si dice, se gli dico questo lui scatta. “Vabbè, ma non è andando appresso a Marchionne che paga all’estero le tasse che la Mercedes paga in Germania, non è così che si risolve la faccenda”.
Scusa, ma la Germania è un paese fatto apposta per la gloria della Mercedes, sindacati, mitbestimmung, protezione politica e ambientale… “Tutto quello che vuoi, ma le tasse che paga ai tedeschi sono le stesse, precise, che pagherebbe Marchionne agli italiani se non fosse andato via fiscalmente, e non solo. Vedi, per esempio: io non avrei rinnovato le concessioni alle autostrade per una ventina d’anni, così, né accetterei che Mediaset o la Rai siano titolari di reti di trasmissione, è contro le regole antitrust, e metterei a gara, come tentai di fare da ministro, tutte le grandi opere infrastrutturali, altro che legge-obiettivo”.

 Mia obiezione. Quello che voi ulivisti e tu in particolare avete realizzato si inquadra in un altro sistema politico, segnato dalla battaglia contro il berlusconismo. Se riconosci che Renzi sa allargare il campo, devi riconoscere che lo ha fatto finora superando quello schema, con risultati notevoli: Renzi è emulativo e competitivo con il modello berlusconiano, ne salva elemeni-chiave di riforma dell’Italia degli anni Novanta e successivi, a partire dal maggioritario come possibilità effettiva di governare con un orizzonte di stabilità e di fiducia.
Bersani: “Certi aspetti del renzismo, diciamo così, sono comprensibili, ma senza un grado superiore di maturità culturale e politica del processo, ci ritroviamo in una situazione malmostosa, corriamo i rischi tipici della seconda Repubblica. Tutto cominciò con il delitto Moro e le sue conseguenze politiche. Si originò un declino italiano di sistema che all’atto della caduta del muro di Berlino ci isolò nella crisi di tangentopoli, e nella rincorsa delle anomalie, mentre la Germania faceva la parità del marco est-ovest, si avviava alla solidità presente, solidità di sistema. Lo spazio di un patto nel Pd per riunificare le energie e ripartire esiste se si prende atto che alle vittorie tattiche di Matteo Renzi adesso deve seguire un impianto strategico di ricostruzione di un’Italia politica autorevole, radicata nella realtà e non nella comunicazione. Quel che di nuovo ha portato il progetto di Renzi frutterà solo a queste condizioni”.

Queste le opinioni di un notabile di talento, che sa guardare con ironia le sue mille disavventure e non si schioda dalle sue idee.
Conviene probabilmente valutarle sine ira ac studio, senza acrimonia e senza strumentalismi. Ma per adesso si comunica molto, ci si parla poco. E ormai si vota. 
Giuliano Ferrara