La nostra gente non vuole scissioni, ma Renzi non faccia finta di nulla

Intervista di Goffredo De Marchis per La Repubblica

Bersani2.jpg    Pier Luigi Bersani vota a favore del Jobs act. Per disciplina di partito, spiega. Perché chi ha fatto il segretario del Pd per quattro anni non può tirarsi fuori tanto facilmente. La solita storia della ditta, in cui Bersani crede davvero. Non crede invece che questa riforma «vada al cuore del problema, ovvero la produttività». Ma di fronte alla spaccatura profonda consumatasi ieri nell'aula di Montecitorio c'è qualcosa di più nel suo sì. È un rifiuto netto della scissione, un appello alla minoranza interna a pensarci bene prima di fare mosse azzardate. Tutto muove dal dato emiliano, da quell'astensione «inedita e impressionante».«Il messaggio di quel voto - spiega Bersani in un corridoio della Camera - o meglio di quel non voto per me è chiarissimo. Significa "restate lì. Noi elettori del Pd ci siamo come autosospesi, ma non vogliamo andare da nessun'altra parte". Non a caso le forze della sinistra alternativa prendono poco o niente, percentuali dello zero virgola. Le cose cambiatele dentro al Partito democratico, è il senso di quella delusione profondissima e che nessuno dovrebbe sottovalutare. Per questo è ancora più grave che Renzi faccia finta di niente». 

Forse se il premier aprisse oggi una riflessione sull'astensione e sui voti persi rischierebbe di dare fiato ai tanti dissidenti dentro al Pd e nelle piazze.

«Può darsi che sia questo il punto. Renzi non riconosce un problema, ha paura che se offre un dito poi qualcuno si prenda tutto il braccio. Ma negare l'evidenza, non abbassarsi alla discussione può essere un pericolo ancora maggiore per lui. Può fare un volo dall'ottavo piano, e il botto sarà ancora più grande. Il dato dell'astensione è agghiacciante, e Renzi non dovrebbe temere nulla da un'analisi seria della situazione. Perché io penso che il messaggio di quegli elettori non sia "uscite dal Pd", bensì “risolvete tutti insieme”».

Che è successo in Emilia? 
«Un sacco di cittadini, di elettori anche nostri, ha una sensazione di estraneità, la voglia di chiamarsi fuori, un elemento di rifiuto. Non sono andati da altre parti ma hanno detto no, e io credo di capire perché. Lo ha scritto bene Michele Serra su Repubblica. Il centrosinistra in quella regione ha sempre avuto il compito di dare un senso alle cose che si fanno e se si perde il senso, cioè un messaggio di coesione a partire da un tema di equità, perché questo è il senso fondamentale della sinistra, non si interpreta quella gente».

Disincanto o messaggio voluto? 
«Messaggio intenzionale. Non pensiamo che la gente si sia distratta, perché quello è un posto dove gli elettori ragionano e fanno quel che hanno deciso di fare. Io li ho visti con le lacrime agli occhi scegliere di non votare».

Per questo si è espresso a favore del Jobs act? Per non sfasciare tutto? 
«Ho votato a favore perché nessuno, nemmeno quelli che sono usciti dall'aula o che hanno detto no, nega i passi avanti che ci sono stati. È il discorso del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. In questo caso ci sono tutti e due».

Però la minoranza si è di nuovo divisa e non vi siete rafforzati. 
«Ci sono diverse sensibilità. Ho parlato con tanti di noi. Alcuni hanno problemi a mantenere ferma la barra dentro la loro area. Li capisco benissimo. Altri hanno problemi con i territori, con la loro base elettorale perché sono parlamentari che hanno un loro elettorato vero, autentico. Ma non mi sembra un dramma, ognuno fa quello che può per dimostrare al governo che sta sbagliando, che va corretta la linea». 

Anche sul lavoro?
«Certo. Con il Jobs act non si va al cuore del problema che è la produttività del lavoro. Ci sarà un recupero su quel terreno? Non credo. Ci avvitiamo sull'articolo 18, che aveva bisogno al limite di qualche ritocco, ma non era certo il cuore di una questione drammatica. Io la penso così. E non mi chiamassero conservatore sennò è la volta che mi incazzo».

Cosa bisognava fare di diverso? 
«È stato tutto sbagliato fin dall'inizio. Ma spero che si possa dire ancora cosa bisogna fare, perché c'è tempo per correggere. La vera sfida al mondo del lavoro, sindacati compresi, doveva venire dal lato della produttività e quindi da una flessibilità dell'organizzazione aziendale, da una sfida sul tema decentramento e partecipazione. Avere invece affrontato cose minori come l'articolo 18 o altro, o avere creato un ulteriore canale che differenzia la situazione dei lavoratori sullo stesso banco di lavoro è un approccio negativo».