Bersani: bene le tutele crescenti e tempo indeterminato flessibile. Ma sull'articolo 18 il reintegro deve rimanere

Intervista di Fabrizio Forquet per Il sole 24 Ore

chiusura Torino 1 news    Bersani, il presidente del Consiglio e leader del suo partito dice che sul lavoro in questi anni i sindacati hanno difeso l'ideologia e non le persone. Si sente anche lei tra i conservatori sul banco degli imputati?


Passare per conservatore proprio no. Con la mia storia mi fa venire l'orticaria. Il problema è che qui serve una vera riforma del mercato del lavoro, non operazioni gattopardesche.


Pensa che Renzi voglia far finta di cambiare tutto per non cambiare niente?
Ho l'impressione che si stanno alzando delle bandiere, si fanno battaglie su slogan, ma poi si raccontano cose che non esistono. Bisogna essere precisi, rigorosi, pragmatici. Sono questioni molto delicate.
Sono indignato che si possa dire che noi stiamo riducendo la precarietà quando la stiamo aumentando.


Veniamo al merito allora. Renzi dice: alleggeriamo un po' la rigidità dei contratti a tempo indeterminato e nello stesso tempo introduciamo vere politiche attive e sussidi per chi perde il posto di lavoro. Cosa c'è che non va?
Il governo in realtà ha fatto una norma che può consentirti di andare a nord, ovest, sud o est. Dopodiché è venuta fuori una interpretazione delle sue intenzioni che, se fosse vera, significherebbe fallire su tutta la linea.


È l'impostazione dei Paesi del Nord Europa, dove il mercato del lavoro funziona e chi perde un posto di lavoro ha ragionevoli possibilità di trovarne un altro.
Il problema è che non basteranno di certo due miliardi a introdurre quel sistema in Italia. La flexicurity alla danese costa almeno 15 miliardi, come facciamo a introdurla domani mattina con la situazione della finanza pubblica che ci ritroviamo? 

Si può cominciare a lavorare in quella direzione. Sarebbe ora. Anche perché il mercato del lavoro oggi è spaccato in due e oltre l'80 per cento dei giovani non solo non ha la protezione dell'articolo 18 ma nessuna delle tutele del tempo indeterminato. Il contratto a tutele crescenti, in sostituzione di quello a tempo indeterminato, permetterebbe una maggiore unificazione del mondo del lavoro, eliminando l'attuale discriminazione.
 Su questo non c'è nessuna chiarezza da parte del governo. Io penso che il problema numero uno in Italia sia la produttività. Dobbiamo aumentarla. E per farlo è giusto intervenire sul mercato del lavoro. Allora dico innanzitutto che va bene un contratto a tutele progressive, ma questo non può valere solo per i nuovi contratti come è stato detto. Così si andrebbe nella direzione di aumentare la segmentazione del mercato del lavoro mentre si dice di volerla ridurre. Questo sarebbe inaccettabile. Noi abbiamo bisogno appunto di un percorso unificante. Il contratto a tutele crescenti dovrebbe quindi sostituire gran parte dei contratti esistenti, riducendo a tre-quattro le altre tipologie. 

Ma cosa vuol dire per lei tutele crescenti? Il nodo della flessibilità è anche qui: non possiamo correre il rischio, in un momento di crisi, di irrigidire ulteriormente il mercato del lavoro. Che poi è quello che è successo con la legge Fornero. 
La flessibilità è appunto nelle tutele crescenti. In un periodo iniziale l'imprenditore ha più facoltà di interrompere il rapporto di lavoro, passati due-tre-quattro anni non più. 

Quindi dopo tre anni tornerebbe il contratto a tempo indeterminato come lo conosciamo oggi? Articolo 18 incluso? 
Possiamo pensare a una maggiore flessibilità, su questo sono apertissimo, anche sull'articolo 18 si può tornare a intervenire cercando di farlo funzionare meglio, ma alla fine la reintegra deve rimanere. 

Già con la Fornero si è provato a semplificare la procedura dell'articolo 18, ma l'esito è stato opposto. Oggi il processo è ancora più farraginoso. Non è meglio, invece di inventare formule che non funzionano, sostituire la reintegra con il risarcimento monetario?
 Mi rendo conto che l'applicazione dell'articolo 18 sia farraginosa e crei problemi all'azienda, so che c'è un problema enorme di lentezza della giustizia, perciò io dico: interveniamo, proviamo a trovare soluzioni per farlo funzionare meglio, per accelerare tutto. Ma ribadisco: alla fine la reintegra deve rimanere, magari dopo più anni, ma deve rimanere. È una tutela che va garantita. 

Non c'è il rischio, in questo modo, di lasciare comunque sulle spalle delle imprese l'onere della garanzia sociale per il lavoratore e la propria famiglia, laddove questa garanzia dovrebbe essere assicurata dallo Stato? Forse nel capitalismo protetto di una volta questo era possibile, ma oggi in un mercato aperto le aziende non riescono più a sostenere questo ruolo
Mi rendo conto. E infatti io credo che le aziende vadano anche incentivate su questo fronte rendendo il contratto a tempo indeterminato meno oneroso, attraverso sgravi fiscali. Ma soprattutto qui viene il secondo punto della mia proposta. Quella relativa agli ammortizzatori sociali. Va detta la verità agli italiani. È ovvio che bisogna andare verso un sistema universalistico, ma dobbiamo fare un lavoro progressivo, perché i costi non sono sostenibili nell'immediato. 

Al di là delle risorse c'è da far funzionare il sistema delle politiche attive per ricollocare le persone al lavoro. Oggi in Italia non funzionano... 
Ecco, fare una riforma seria significa fare in modo che quel sistema funzioni. Io credo abbia ragione Carlo Dell'Aringa: in un'organizzazione statuale chi deve fare le politiche attive deve essere lo stesso soggetto che eroga i sussidi. Da noi invece l'Inps fa la seconda cosa, le Regioni la prima. Non funziona. Che interesse hanno le Regioni a portare il lavoratore verso un nuovo posto di lavoro se l'uscita dal sussidio non le riguarda, se l'ente che paga il sussidio è un altro? Vanno unificate le agenzie, altrimenti non va. 

C'è un altro tema di cui si discute poco ma che è cruciale: la contrattazione aziendale. Mario Draghi nel suo discorso a Jackson Hole lo ha citato come uno dei punti di forza del sistema tedesco. Anche questa è flessibilità.
Ed è quella che forse conta di più, la flessibilità in azienda. Questo è il vero punto che ci differenzia da Germania e Spagna. In Germania decentrano di più perché hanno un particolare rapporto di lavoro: i temi organizzativi, le mansioni, la contrattazione salariale, la solidarietà nei momenti di crisi vengono gestiti a livello aziendale perché lì c'è la cogestione. 

La cogestione non c'entra nulla con il modello italiano di impresa. 
Non dico che bisogna arrivare lì. Ma introduciamo elementi di partecipazione del lavoratore e in virtù di questo decentriamo le decisioni contrattuali. Se inseguiamo la produttività, questa è la sfida. Va introdotto un nuovo equilibrio tra capitale e lavoro. 

Non pensa anche lei che da parte della Cgil ci siano state in questi anni posizioni arcaiche e conservatrici? Renzi ha usato parole molto dure, ma nel merito è difficile dargli torto...
C'è la tendenza, da parte del premier, a crearsi bersagli di comodo. Ora è la Cgil. Ma un partito di governo deve pensare all'Italia. Quando sento parole insultanti penso che stiamo perdendo l'oggetto del riformismo di governo: che è trovare soluzioni pragmatiche ai grandi problemi che abbiamo davanti. E quello più grande è appunto il lavoro. 

Il Pd rischia di spaccarsi in modo irriversibile su questo punto? O è possibile una mediazione nella direzione convocata per fine mese? 
Io ho sempre detto che lavoro per la ditta. Ma la ditta è il luogo dove si elabora e si propone. Non è un luogo che si convoca per dare schiaffoni a cose fatte. Si deve discutere prima, non si può arrivare in direzione con un prendere o lasciare. 

Se sarà così, cosa succederà in Parlamento? Una parte del Pd potrebbe votare contro la proposta del Governo? 
Così come c'è stata libertà di voto sul Senato, credo che ci sia anche su un tema delicato come il lavoro. Ma io sono fiducioso che al di là delle asprezze, si trovi un punto di convergenza ed equilibrio.